Suor Lucia Tarda Venera

Ci sembravano stupidi: non sapevano cosa cercare, si perdevano in dettagli inutili, dovevamo spiegargli tutto delle procedure. Ma fastidio non ce ne davano: gli avevamo assegnato una stanza, una di quelle lasciate libere da chi aveva avuto l'onore, o la sfortuna, di essere trasferito nel capoluogo dopo l'aziendalizzazione, e loro se ne stavano lì a pestare sulla calcolatrice (anche quella gli avevamo trovato).

Il disturbo ce l'avevano dato all'inizio: le fatture oggetto d'indagine risalivano a parecchi anni prima e noi non avevamo un vero archivio. Questioni di spazio, noncuranza dei dirigenti che non sono costretti, in caso di richieste come quelle dei due sottufficiali di finanza, a recuperare materialmente le carte marce. Così dopo un paio d'anni di permanenza negli armadioni del corridoio i fascicoli si sparpagliavano nelle catacombe. All'inizio ammucchiati per terra, ma almeno separati per ufficio, in uno stanzone che serviva anche come deposito stampati e cancelleria. Poi la Madre Superiora pretese un refettorio per gli Allievi.

In effetti la situazione era scandalosa: quando ottenemmo la Scuola Infermieri (misteri della politica: normalmente erano situate presso Policlinici o grossi Ospedali di capoluogo) qualcuno pensò di ricavare spogliatoi da un lungo corridoio seminterrato, che partendo dallo stanzone finiva, dopo la sala mortuaria, nella zona cucine e lavanderia. Un muro era stato alzato a un metro e dieci da una parete del corridoio e con una ventina di tramezzi trasversali si crearono dei cubicoli non più larghi di un metro e trenta in cui vennero infilati un banchetto da scuola elementare, una sedia da scuola elementare e un appendiabiti da qualsiasi scuola per poi chiuderli con una porticina di compensato sovrastata da un quadrato per l'aria oscurato da una rete per zanzare. In queste stie (al freddo d'inverno) gli Allievi, a coppie alternate, si cambiavano, fumavano, scopavano, mangiavano, studiavano (grazie a una lampadina da venticinque).

Passata la chiave dello stanzone alla cintura della Superiora, Direttrice della Scuola, i faldoni furono gettati, insieme a materiale chirurgico inservibile, nelle poche stanze col tetto di alcune catapecchie appartenenti all'Ospedale, in attesa da anni di esservi, previa ristrutturazione, inglobate.

Quando i due graduati si presentarono per le loro ricerche, però, la Scuola era ormai persa (presso le Università, figurarsi) con gran dolore di tutti: i dirigenti, e i politici di riferimento, perdevano un centro di potere, gli infermieri manovalanza per sfacchinare al loro posto, i medici un serbatoio di giovani promesse per pompini distensivi tra un'incombenza e l'altra. I faldoni, quindi, erano tornati nel vecchio deposito, ormai marci, scompagnati e scompaginati. Le pratiche che interessavano i finanzieri erano abbastanza recenti ma per trovarle bisognava rimestare tra le più vecchie. Chiedemmo in prestito alla cucina un paio di inservienti (quelli dei Servizi Generali te li puoi scordare) e ci rimboccammo le maniche.

su Maltese "Grane", maggio 2002

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