Il batterista

Pubblicati - 2011-05-15 15:02:45

Come seppellire un talento

Ai batteristi bisognerebbe mozzare le mani, anzi i piedi: chiunque abbia assistito alla nascita di un gruppo giovanile lo sa che al batterista pestare non basta mai. Quando paghi per ascoltare i professionisti, però, ti illudi che il maestro al pianoforte o la cantante gli abbiano urlato di star calmo, o che alla fine il tecnico del suono, sua sponte, abbia spinto in basso il cursore del volume. Macché.

L’hai sempre saputo che gli eventi vanno evitati e che la musica la puoi ascoltare bene solo a casa tua, ma quando ti hanno detto andiamo a sentire Malika Ayane al Teatro Verdi, dove l’altra settimana hai seguito la Butterfly e tempo fa hai avuto il privilegio di ascoltare quattro o cinque splendidi signori del jazz che ospitavano Gino Paoli, hai detto come no, per pentirti al primo aprirsi del sipario. L’hai capito subito che si erano confusi, che pensavano di essere allo stadio e fosse necessario spararti ogni venti secondo lampi nella retina e soprattutto far tanto fracasso. Non ti è piaciuto come si era conciata e non ti è piaciuto il pezzo rockeggiante che ha aperto le danze, tu che un attimo prima avevi detto al tuo vicino di poltrona: spegnilo il telefonino, che questa è raffinata, si sentiranno volare le mosche.

Che si debba cantare in altre lingue per conquistare i mercati sarà pure necessario, ma sarebbe più naturale che cantasse in francese o in spagnolo, lingue sicuramente padroneggiate dal padre. Potrebbe cantare in arabo, anzi, lingua musicalissima. Vabbé, la voce è magnifica pure in inglese, non è questo, anzi ti dà più fastidio quando in italiano distorce le vocali come facevano secoli fa i cantanti Yèyè (ma non insegnano dizione al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano?). Il problema è che non l’hai quasi mai sentita questa fantastica voce, coperta dalla grancassa (potevano prenderlo dai giri jazz, almeno, che sanno lavorare in punta di spazzole e poi gli fai fare un assolo così si sfogano) e dal basso che non poteva essere da meno per non parlare dei due coristi esagitati.

A un certo punto si chiude il sipario, che sarà mai, e si riapre che hanno appeso un’altalena e lei ci sta seduta sopra con gli stivali, sempre la stessa brutta foggia ma rossi, e una cosa tipo struzzo addosso. Meglio seduta che in piedi, a dire il vero, con questa sua tendenza a piegare una gamba e a buttarla di lato come faceva Renato Pozzetto cantando con Cochi. Verso la fine arriva La prima cosa bella e tu speri, dato che non ti risulta proprio ci fosse la batteria in questo brano. Ma siamo a un concerto, no? Quindi invece di cantare la brunetta volge il microfono al pubblico sfottendolo perché non abbastanza partecipe e caloroso (sottotesto: che terroni siete?). E’ il bello dell’evento, no? la Partecipazione. Ma non hai mica pagato il biglietto per sentir vocalizzare le galline. Ah già, voi di Brindisi siete salentini, mica baresi, perciò conoscerete meglio questa, e reindirizza il microfono sulle note di Come foglie.

In conclusione, mettendo insieme i finali di sei o sette canzoni, sui quali miracolosamente gli strumenti stoppavano, hai potuto gustare per un minuto buono il colore di questa voce “arancione scuro che sa di spezia amara e rara” secondo la definizione del Maestro, l’immenso Paolo Conte. E’ davvero splendida, anche se a ventisei anni le modulazioni sono ancora giochetti tecnici, non soprassalti del cuore. Nell’attesa non c’è bisogno di apparati, potrebbe andare in giro con un pianista e un violoncello, al massimo una chitarra acustica, e starsene al microfono con un tubino nero, un paio di scarpe femminili e le ginocchia strette. Ci ammalierebbe comunque, anzi la adoreremmo.

su Alceo, Marzo 2011




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