Ancora Boris

In evidenza - 2009-01-30 08:15:30

Un commento di Guido Calvarese

Ben più dell’elemento comico (e, certo, Boris fa ridere moltissimo) il vero elemento portante della serie è la satira feroce, a ben guardare mai stemperata da buonismi di sorta. Mancano completamente sia risvolti consolanti nella trama (i personaggi “positivi” restano degli inetti e rimarranno per sempre oppressi e angariati, non c’è alcun riscatto), sia quello sguardo un po’ indulgente che spesso ha caratterizzato nel cinema la grande commedia all’italiana di alcuni decenni fa. A tal proposito trovo che Boris, per temi e linguaggio, sia strettamente legato proprio alla tradizione della commedia italiana ed ai suoi grandi interpreti.

Basti pensare all’adorabile cialtroneria di alcuni personaggi di Gassman o Vittorio De Sica, alle fulminanti intuizioni linguistiche di Verdone (ad esempio, in Boris, l’uso dell’assurda e abusata espressione “…e quant’altro”) e, soprattutto, ai mille italiani meschini, vili e maneggioni portati sullo schermo dal grande Sordi. Un altro elemento che pone Boris esattamente nel solco di tale tradizione è l’identificazione geografica e, quindi, la “romanità” che pervade tutte le vicende. Non esistono città, e altro linguaggio se non il romanesco, più adatti a collocare ed esprimere la faciloneria (“a cazzo de cane”), la crassa arroganza nel sopruso e nel bullismo, la vita impostata al “tira a campa’”.

In Boris, tuttavia, al di là delle mille gag e delle risate, il taglio è quasi crudele e riflette, in fondo, una società spavaldamente amorale in cui i mezzucci, i “favori”, gli appoggi politici e le raccomandazioni non sono più parte nota (ma tenuta nascosta) di un sistema di “vizi privati e pubbliche virtù”, ma sono addirittura sbandierati (“ma io lo dico, per il cinema la do subito, ma per la televisione no…”), sono motivo d’ammirazione per l’intraprendenza altrui (“si è fatta mezza Corte Costituzionale, è andata direttamente al cuore dello Stato”). Il successo è l’unico obiettivo e i modelli sono quelli più nazional-popolari (“io tra tre mesi so ‘a Ferilli!”), l’ignoranza accomuna (“qualità, qualità!”) mentre la poca cultura serve ad infiorettare le azioni più becere (“quello che ha fatto grande questo Paese sono le contaminazioni culturali”, prima della distribuzione delle mazzette).

Inoltre le esagerazioni e le iperboli nella narrazione non sono mai spinte al limite del verosimile, ma solo accennate. Sembra quasi che gli autori suggeriscano che, come le scene di Occhi del Cuore sono solo lievemente parodiate rispetto ai vari Incantesimo o Cento Vetrine, così è davvero poca la distanza tra ciò che accade nella nostra realtà (come dicevi, in ogni ambiente della società) e ciò che accade sul set in Boris. In questo senso l’autoreferenzialità della fiction nella fiction è un virtuosismo e non certo un difetto.

Boris è una serie ma la scrittura è, certamente, a livello delle migliori (e più amare) commedie della nostra tradizione. Sono convinto che Grasso, se avrà occasione, non potrà non ricredersi né potrà accomunare ancora Boris alle altre fiction/serie italiane. Mi vengono in mente molte altre cose, soprattutto mille e mille battute memorabili, ma è il caso che non mi dilunghi oltre. Speriamo trepidanti nella terza serie.




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