Un dizionario poco affidabile

In evidenza - 2009-01-19 08:12:08

Dizionario Affettivo della Lingua Italiana
a cura di Matteo B. Bianchi con la collaborazione di Giorgio Vasta, Fandango Libri 2008, pagg. 253, € 10,00

Invitare gli scrittori italiani a scegliere una parola con cui hanno un rapporto viscerale e a spiegarne brevemente il perché può apparire una frivola operazione editoriale. Certo, è un’iniziativa ludica, ma in fondo cosa c’è di più serio del gioco? Come dice il curatore Matteo B. Bianchi nella sua introduzione (deliziosa, specie nella parte in cui elenca le motivazioni di chi ha detto no), gli scrittori sono giocatori coscienziosi e in queste scelte lessicali si intravede quasi sempre qualcosa di profondo.

Su 330 autori (si va dal Maestro Arbasino al giovanissimo esordiente) ben cinque hanno scelto silenzio, due minchia, uno, contento lui, fecaloma, altri due (Giuseppe Caliceti e Livio Romano) i bellissimi nomi delle figlie. La Viola di Romano è però soprattutto un colore e anche Antonella Cilento e Franco Cordelli hanno scelto nomi di colori, curiosamente nella stessa fascia dello spettro: azzurro e celeste (se avessi avuto una figlia – dice Cordelli - l’avrei chiamata Celeste. Ma forse non è vero, lo sto inventando ora). Una, per non sbagliare, ha fatto scegliere al fidanzato (e il rapporto affettivo col termine resta). La definizione più breve è di Davide Longo: “ferocia, ogni bellezza intimamente lo è”. Della più lunga non ci occupiamo perché la lunghezza è un valore solo in Proust e D’Arrigo. E a proposito del grande messinese, va elogiato Marco Baliani per aver collegato al suo incanto “uno splendido incantesimato di D’Arrigo”.

Esemplare la carrellata di fotogrammi del genio di Giordano Meacci. Alessandro Carrera è riuscito a fare della definizione di asterismo un bel racconto, mentre Antonio Pascale oppone alla cura di Battiato il termine a lui caro di manutenzione. Guglielmo Pispisa rivaluta smargiasso nell’era del politically correct e molti altri riscoprono l’importanza di parole che in precedenza avevano trovato bacchettone, noiose, melodrammatiche, ridicole: Eraldo Affinati la responsabilità, Simone Laudiero la coerenza, Roberto Alajmo la vergogna, Walter Siti anelito, simbolo di “come le parole perdono i connotati negativi se ce le meritiamo”. Carlo D’Amicis, invece, non pare abbia mai ripudiato la grazia. Né Carmine Abate la speranza.




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