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Elio Paoloni vive a Latiano, in provincia di Brindisi. Ha collaborato per diversi anni a Nuovi Argomenti, ai tempi di Sciascia e Moravia.* E questo è già un bel biglietto da visita. Collabora alla Gazzetta del Mezzogiorno e al Corriere del Mezzogiorno. Si tratta, seppur più non giovanissimo (è più che cinquantenne), di un nuovo volto della nostra narrativa. Nel 2001 è uscito, edito da Manni con postfazione di Giulio Mozzi, il suo libro "Sostanze", un viaggio tra le droghe, gli amori, i libri e la musica degli anni Sessanta e Settanta, dal Salento al Marocco. Ad Aprile di quest'anno l'Editore Sironi pubblicherà il suo nuovo libro, "Piramidi", una storia nel multilevel marketing.

Cosa ti ha fatto amare la letteratura, quali autori hanno influito di più sulla tua formazione?

Ho amato i fumetti, poi ho subito mostruosi libri per adulti, ma ho goduto con Verne e Salgari. Tutti surrogati dell'unica cosa che amavo: il cinema. Se avessi potuto nutrirmi di quello non credo che avrei letto granché. Autori che mi hanno influenzato? Sarebbe un elenco telefonico e poi di questo si rendono conto meglio gli altri. Posso dire che ho sentito come miei padri, o come fratelli maggiori, certi americani: Hemingway, Miller (Henry), Kerouac. Soprattutto Hemingway. Ma scrivo in maniera del tutto diversa. Né credo che il periodo della lettura di Proust (la stagione più bella della mia vita) abbia contato nel mio stile. Forse mi hanno influenzato di più alcuni modi giornalistici.

Che idea hai della scrittura cosiddetta meridionale?

Io parlo soltanto di individui. Il sud, come il resto del mondo, è pieno di pessimi scrittori, ma ce ne sono di bravissimi. La Puglia annovera, per esempio, uno dei più grandi - e ignorati - scrittori del novecento: Carmelo Bene, la cui eccellenza autoriale è oscurata da altri generi di fama. E tra i più recenti conta Livio Romano, che se riuscirà a non farsi schiacciare dall'etichetta di scrittore meridionale - e dai suoi presunti doveri - potrà volare alto.

Ti senti uno scrittore socialmente impegnato, e se si su che fronti?

Dell'Impegno aborro anche il termine. L'unico dovere dello scrittore è verso la sua scrittura: l'accuratezza della scrittura, la verità "interna" della sua voce.

Che cosa ti senti di consigliare a un lettore oggi?

"Horcynus Orca", di Stefano D'Arrigo, il più grande libro italiano di fine millennio. Non è solo un consiglio di lettura ma anche l'invito a partecipare a una stimolante caccia al tesoro (o a una sollevazione dei lettori): il Libro è introvabile. Poi, naturalmente, il capolavoro di Bene, "Nostra signora dei turchi", che ogni salentino dovrebbe tenere come un breviario (e ci si può sempre appostare, nelle notti di raitre, per catturare il film omonimo). Per il resto, un unico consiglio. Andare in libreria e leggere le prime righe dei volumi. Se catturano, se promettono un emozione, comprare. Altrimenti deporre, anche se sono tra i più osannati.

febbraio 2002, di Mario Desiati

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