Faq

Perché?
Meglio non interrogarsi: c'è poco di nobile nelle motivazioni di uno scrittore, sosteneva Orwell nominando tre o quattro meschini moventi. Ed era scrittore tra i più "impegnati", a quanto pare. Io ne ho individuate due o tre, di cause, ma non mi va di parlarne. Sono le mie - ammesso che siano quelle reali - e non valgono per gli altri. E comunque sono considerazioni a freddo che vengono dopo le pestate sulla tastiera.

Quando?
Può un nuovo scrittore non essere giovane? Spesso, se è siculo. Da Tomasi di Lampedusa a Bufalino, da Camilleri a Marco Vespa, nell'isola è comune l'esordio tardivo. Lo stesso D'Arrigo, benché stipendiato da decenni, pubblicò la versione definitiva del suo primo romanzo in età avanzata. Sul continente la cosa è più rara, anche se ha fatto clamore il caso del Moresco barriccato. La circostanza, tuttavia, continua a colpire sfavorevolmente: ora che gli editori acchiappano i diciottenni, perché costui non ha pubblicato prima? Cecità degli editori? Lentezza del pensiero meridiano?

Come?
"Testimonianza" è una parola che mi avevano fatto odiare. C'è stato un periodo in cui chiunque prendesse la parola - nei convegni politici, nei talk show, nei meeting di venditori di vaporelle, nei cammini di catechesi, nelle interviste strappate per strada, nelle riunioni di condominio - lo faceva "per portare la propria testimonianza". Questa parola era diventata la mia palla di kryptonite, anche perché, lungi dal richiamare neutre o solenni deposizioni, si portava appresso un che di contrito, di falsamente umile, di impropriamente apostolico.
Eppure, qualche tempo fa, mentre pensavo a una definizione per la mia scrittura, non riuscivo a trovare termine più calzante. Io intendo lasciare testimonianza. Non in un Aula, solennemente, ma nella stanza che viene dopo l'anticamera di una caserma, con l'appuntato (non si chiamano più così, peccato) che si intorcina sui tasti. Sarò l'Appuntato e anche il Convenuto. Ma non è cronachismo. La verità da affermare è la nostra. Intima, personale, deforme (difforme).
Riguarda noi, la nostra reazione emotiva di fronte al fatto. Non IL fatto.

Di cosa?
Ogni scrittore ha le sue ossessioni. E la sua valigia di trucchi, aggiungerei citando Borges, che si rassegnava, avendo raggiunto l'età del disincanto, a non poterne acquisire altre, di valigie.
I migliori scrittori sono autori di un solo libro. Essere "autori di un solo libro" è stato spesso usato come un insulto (Amoruso contro Kerouac, ad esempio). Ma uno scrittore non sceglie i suoi temi, né può forzare più di tanto la sua "voce". Se il talento fa quel che vuole, il genio solo ciò che può. La scrittura si impone all'autore. È come partorire un capretto (Hrabal). È una traspirazione, un essudato, una deiezione.
Che pena, insomma, lo scrittore che "sceglie" un tema, ricattato dal "presente", forse perché l'Assessore alle Pubbliche Malefatte ha scelto una coccarda invece di un'altra. E che gelo da obitorio, quel libro. Non c'è differenza di temperatura tra un libro "voluto" per i più nobili propositi e uno commissionato dall'editore per titillare il lettore.
Borges, osservando che la storia ha un suo pudore con cui ama velare le grandi svolte, sosteneva che la rivoluzione adottata da Eschilo introducendo un secondo attore nella tragedia fu incomparabilmente più importante per l'umanità di quella clamorosa del 1789.
Si dice: dall'ombelico si deve passare alla storia. Io direi: per l'ombelico può passare la Storia. Si può anche parlare soltanto del proprio ombelico, se lo si fa con onestà, con sincerità (giuro di dire la verità ecc.) perché l'ombelico sarà comunque un ombelico di quel mese del 2003, o 2050, situato a precise latitudini, sottoposto alle radiazioni dei cellulari ultima generazione e alle tensioni intestinali provocate da cibi e bevande di una determinata cultura.
La gratuità si evita parlando di cose che conosciamo veramente. Ecco perché tanti grandiosi affreschi sociali sono assolutamente gratuiti: bisognerebbe parlare solo di sé, l'unico continente conosciuto.
Prendiamo il più bel libro "politico" italiano, "Eros e Priapo", la madre di tutti i pamphlet. Di una biliosità da ridurre Celine, col suo "povero" turpiloquio, con i suoi afasici, impotenti puntini di sospensione, a un boy scout piagnucoloso. Si potrebbe prenderlo per un libello antifascista, come se Gadda, in nome di chissà quale classe volesse attaccare un sistema socioeconomico, "un" preciso regime. È tutt'altro, naturalmente. È l'erompere delle idiosincrasie del lombardo (misoginia ma anche insofferenza per il machismo, odio per i generali e per ogni cialtroneria - degli alti ufficiali ma anche di tanti altri italiani) che solo apparentemente si scaglia contro Mussolini. In realtà ce l'ha con l'utero delle Italiane.
A ognuno le sue ossessioni.

Per chi?
Il marchio infamante della gratuità incombe sullo scrittore. Neanche il gigante intento al capolavoro può sfuggire alla sensazione di essersi abbandonato a un futile passatempo, cedendo alla nevrosi personale o, nel migliore dei casi, alle esortazioni di qualche confratello. Tra i rimbrotti dei familiari e i lazzi dei cittadini sani e produttivi, lo scrittore dilapida per il suo vizio solitario ore che potrebbero essere ben altrimenti fruttuose. Ne spreca ancora di più in cerca di editori che se non contestano quasi mai la qualità dei suoi parti, spesso ne insinuano la futilità. Ma a chi può interessare questa roba? chiedono e si chiedono. Il comune scrittore si sente sempre un ladro. Ladro di tempo, proprio e altrui.
Cosa pensate che provi, per mediocre che sia, quando sente qualcuno definire «hobby» quel faticoso incrociare parole che è l'unica giustificazione della sua esistenza? E cosa, in un Paese dove solo tre o quattro persone possono vivere dei propri libri, può allontanare da lui il marchio del dilettantismo?
Un giorno felice della mia vita di cacciatore subacqueo, dopo aver accontentato gli amici e stipato il freezer, ho venduto, per la prima volta, il pescato, ho appeso a un chiodo le banconote e mi sono seduto a rimirare la prova della mia professionalità. Un corrispettivo parlante, universale.
Non è avidità: è necessità di un riconoscimento oggettivo. Vi prego, se leggete i miei racconti, e vi piacciono, non datemi pacche sulle spalle. Datemi un euro. Voi non dareste mai una pacca sulla spalla a uno che vi lava i vetri al semaforo. Ma a uno scrittore siì. Chi è uno scrittore, dopotutto? È una signora col tombolo. Il merletto sarà pure carino ma, che diamine, è un passatempo, no? E perché scrivere un racconto dovrebbe essere qualcosa di più che ricamarsi il centrotavola? Ma che caruccio questo scrittore, e giù pacche sulle spalle, e pizzicotti sulle guance, e caramelle dagli sconosciuti. Che farai da grande? Che fai, sul serio, nella vita Vera?