Dipendenza

Ecco che succede di nuovo: tarda sera - quasi notte - negozi chiusi, amici andati, nessuno a cui chiedere. Comincio ad agitarmi. Il letto è una promessa di insonnia. Impossibile coricarsi così, dopo una giornata non vissuta. Guardo nella camera ben sapendo che non c'è stato alcun rifornimento. Vado in salotto e cerco nello stipo a muro, come se potesse esserci davvero qualcosa. Resta la vecchia libreria del nonno. Ma cosa cavarci ancora? Riletta recentemente l'Africa Tenebrosa di Stanley, non con lo stesso rapimento della primissima volta, ma ancora incantato dalle centinaia di stampe puntinate, anzi rigate, sulle grandi pagine consistenti, odorose. Ipnotizzato dalle ricorrenti, meticolosissime elencazioni di biancheria, utensili e vettovaglie, dal delirio contabile delle defezioni, dei malati e dei morti che riempie quasi per intero i due libroni con la copertina che è quasi un bauletto.

Riletto anche il Napoleone di Dumas padre e tutti quegli strani romanzi moderni: Pearl Buck, Emilio Ghione. Cerco tra i costoloni rossi. Giusti, Giusti, Giusti, Mantegazza.

Nessuna forzatura, era davvero un Vizio. E non alludo cerco all'appetito culturale, quella forma di insaziabile curiosità che pure concorre a questa schiavitù: parlo della fisiologica necessità per i miei occhi di scorrere un testo qualsiasi mentre il cervello elabora e sistema le informazioni. Parlo dell'agitazione che mi prende se debbo coricarmi senza un involto di carta inchiostrata, della ricerca affannosa di qualcosa da leggere prima di sedermi sul vaso, per impellente che sia l'evento. Nei bagni altrui afferro confezioni di shampoo per leggere i componenti e le modalità d'uso.

Per il campeggio, la prima cosa che metto in sacca è un minuscolo abat-jour, con prolunga per l'attacco. Per quelli liberi, o spartani, porto pile di ricambio per la torcia.

Del Vizio, il leggere possiede un'altra caratteristica, la nocività dell'abuso: intorpidimento, scivolamento nell'irrealtà, diminuzioni dell'impulso ad agire (soprattutto a scrivere). Una spirale che conduce all'aumento delle dosi.

Esagerazioni? Si, non sempre la ricerca è così drammatica. E ormai ne faccio a meno tante volte, anche per più di qualche giorno. Forse sto guarendo. Oppure, come Sartre nella sua autobiografia, intendo tagliare in due la vita: la prima parte a leggere, la seconda a scrivere. Eppure il pensiero di una vita senza stampa mi sembra così intollerabile che guardo con un misto di curiosità morbosa e mal dissimulato disgusto chi è immune dalla Malattia. Le case totalmente prive non solo di libri (sono la normalità) ma anche di riviste, quotidiani, bollettini, organi aziendali, mi angosciano: mi sento spinto ad abbandonarle al più preso. Certo è che quando da troppo tempo non mi dedico all'esercizio preferito finisco col sentirmi evanescente, sradicato, preda degli eventi della mediocrità, del vuoto.

Potrebbe essere una semplice, infantile, esigenza d'evasione. L'evasione, oggi, è molto più semplice, a novantanove canali. Ma io, dopo orge di film spinte fino al rincoglionimento, ho ancora bisogno di un pò della mia droga, come un fumatore di Nazionali che abbia fumato delle Muratti. Nella sua autobiografia Kipling parla della lettura come tentativo di riappropriarsi della luce, del calore. È un'esigenza del freddo, della costrizione: non si legge tra i fruscii della jungla o davanti al mare limpido e caldo. In effetti riesco a liberarmene quando il sole splende, quando sono in mare, quando il corpo si giustifica negli sport. Ma proprio allora la lettura è più piacevole perché non necessaria.

È soprattutto una forma di feticismo, qualcosa di rituale, perché una volta che il comodino è coperto posso anche limitarmi a fantasticare, a far altro ( molto meglio far altro, tutto sommato) o addormentarmi dopo solo un paio di righi, specie se si tratta di libri di poesia, con i titoli evocativi e la rassicurante composizione tipografica.

Era cominciato con Capitan Miki e Blek Macigno. Io già pronto col grembiulino e, sulla cassapanca, imprevista, la pila di album. Lasciata dal cugino, forse appartenente ad amici. Mi sedetti e non mi alzai fino al tramonto(ancora mi stupisce che quel giorno mia madre non abbia insistito per l'asilo) Erano illustrati. Erano avventurosi. Ed erano piccoli. Erano gioco anche in quello: erano alti otto centimetri e lunghi il doppio. La gioia di prenderli in mano e far scorrere le pagine con due, due sole, vignette affiancate, e sul retro altre due, e altre due sulla pagina a fianco. E tanti, tutti insieme. E Capitan Miki, un capitano così chiaramente bambino, con quei due ciuffetti da puttino che partivano dalla scriminatura centrale. E che dominava gli adulti, anzi gli anziani, Doppio Rum e il Dottor Salasso, Avrei voluto passare tutta la vita insieme a loro. Ci sarebbero volute cinque o sei pile al giorno. E invece non me ne capitava quasi nessuno. Per lo più leggevo etichette di bottiglie, le diciture sulle scatole di latta. Non potevo che passare ai testi scolastici degli anni Venti e Trenta conservati dal nonno, maestro di paese. Surreali già al loro tempo, con le nozioni di storia e geografia mescolate agli esempi di rettitudine e bontà, eroismi svettanti sulle nozioni di agronomia ed economia domestica tra immagini di mandorli in fiore.

Assunsi annate di Confidenze e Famiglia Cristiana e Oggi. C'erano foto. Trionfarono i foto romanzi ma preferivo tornare indietro nel tempo ai colori delle Tribuna Illustrata rilegate in grossi libroni, agli episodi di guerra e alle barzellette da quattro soldi e alla realtà romanzesca e alle diavoleria della tecnica moderna. Tutto letto per intero. Avrei solo voluto fumetti d'avventura e invece mi toccava ogni tanto qualche Topolino, considerato adatto. E via con annate di Selezione e con romanzi condensati di Selezione. E poi comincia a pescare nella libreria. Vite di Santi e di Sante. E Za La Mort. E chi sa perché Il muro di Sartre. Ero interessato solo a Salgari e a Verne, ma mi toccò il Muro. A dieci anni. Ci ho messo trent'anni a recuperare un po' d'ottimismo, anche perché in seguito accettai senza riserve il cupo mondo di Freud.

Quanto può contenere una testa? Dopo tutto questo e la collana intera di Gialli Mondadori (per non parlar degli altri) e sei o settecento tascabili di fantascienza e i Sanantonio e i Panorama, i Corriere, i Telesette e le Settimana enigmistica (non solo compilate ma lette: spigolature, curiosità, barzellette, incredibile ma vero!)? Per fortuna la capa è grossa e c'è entrato anche dell'altro. C'è qualcosa di magico, di fatale in questa smania che ti porta davanti i fondamentali. Lo fa tortuosamente, anzi col passo del gambero o del granchio o del cavallo, con corti circuiti fruttuosi, sempre per puro caso: mai avuto maestri, né soldi per procedere con un minimo di sistematicità.

Incapace di chiedere in qualsiasi altra circostanza davanti a un ripiano impreziosito da dorsi di volume diventavo una piovra. Arrogante, certo del mio buon diritto di lettore vero, mi impadronivo di quello che ad accurato (e ineducato, perché eseguito spalle all'ospite) esame risultava degno di attenzione, comunicando l'appropriazione al malcapitato con indolenza mafiosa. Tranne giungere, con i più coriacei, all'implorazione a mani giunte.

Anche quando, a raggiunta indipendenza economica, ho potuto decidere di acquistare questo o quel libro a prescindere dalle casuali giacenze in bancarella, anche allora il libero arbitrio è rimasto illusione: potevo ordinare solo classici, testi di riconosciuto valore che occupassero con sicurezza il mio tempo. Bandite le curiosità, gli strani testi che potrebbe essere interessante assaggiare. Tot lire, tot ore di copertura assicurata del vizio.

Geoidentità
Un boh e mezzo
Dipendenza
L'insostenibile leggerezza del corpo