Taranto romanica

Nell'annosa contrapposizione Lecce-Bari, si tratti di tifoseria calcistica, distinguo tra scrittori salentini e scrittori "genericamente" pugliesi (cioè baresi) o corsa turistico-immobiliare al trullo piuttosto che alla costa gallipolina, sembra essere scomparsa una città, anzi una provincia intera. Di Taranto, nonostante il tentativo di riparazione di Winspeare, che lì ha ambientato il suo Miracolo, ci si ricorda solo quando c'è da additare i veleni del siderurgico o rammentare le malefatte di Cito, il sindaco più impresentabile in società (oltre che il più efficiente, sussurrano in tanti). Anche i provinciali degli altri due capoluoghi avrebbero da lamentarsi ma i tarantini hanno un motivo di lagnanza in più: la loro provincia resta fuori fuoco anche quando si affronta l'argomento principe, quell'esplosione di vini salentini che il più delle volte salentini non sono. Il fatto è che buona parte della provincia magnogreca viene considerata (non a torto, geograficamente parlando) territorio salentino. Ma non lo è. Culturalmente Taranto è somigliantissima a Bari: il porto, la mistica del pesce crudo, la città vecchia intesa come zona malfamata. Anche la parlata, con i suoi scoppi sordi, è molto più vicina a quella barese che alla leccese. Martina Franca, punto di riferimento dei tarantini, è già Puglia nord: il suo barocchetto non ha nulla a che vedere con quello leccese.

E lo stile dello scrittore tarantino Cosimo Argentina è quanto di più lontano dalla fluidità - dalla inarrestabilità - di scrittori come Livio Romano o Francesco Lanzo. Altro che barocco, qui siamo nel romanico...

Corriere della Sera - Puglia 12 ottobre 2004

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