Nanifesto antipoetico

Di solito non leggo poesia. Perché i Poeti usano parole come albore, lucore, nitore (saranno salvifiche?) oppure ne accatastano centinaia di sciatte, giornalistiche e inutili. Ma anche le poesie splendide mi sembrano un surrogato: pare, infatti, che le Muse si siano invaghite dei canzonettisti. Non che i testi delle canzoni siano "poesie", tesi temeraria vera forse in due o tre casi benché avallata addirittura da qualche anziano e autorevole poeta. E’ che l'insieme di versi (anche atroci) musica e timbro "d'autore" costituisce in qualche modo, evidentemente, quella "Superarte" che si era voluta forgiare con il teatro lirico. Iannacci non avrà vinto il Premio Montale ma poteva anche farmi piangere - proprio come se ascoltassi Suzanne di Leonard Cohen - quando se ne usciva con "Vincenzina davanti alla fabbrica". E non riesco a pensare a nulla di più postmoderno, metalinguistico, ma anche futurista e dada, di Bollicine di Vasco. Che non farebbe questo effetto senza la ruffiana interpretazione del nostro idolo, non sai se predicatoria o beffarda, entusiasta o rassegnata.

Perciò quando ho avuto tra le mani il libro di Andrea di Consoli...

Corriere della Sera - Puglia 13 agosto 2003

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