Il ricettario del signor G.

Ma cos'è la destra? Cos'è la sinistra? Contrapposti menu, separate vacanze, inconciliabili guardaroba, insinuava Gaber. Di sicuro le differenze più appariscenti sono queste (erano, anzi, perché recenti look dalemiani hanno rimescolato le carte). Dovrebbero essercene di più sostanziali: la sinistra difenderebbe gli interessi dei ceti più deboli (con riforme e innovazioni), la destra gli interessi delle classi alte e insieme i valori tradizionali. Pare che non sia esattamente così, ormai: le spinte progressiste nel costume sono ampiamente trasversali, e succede addirittura che la destra proponga innovazioni e la sinistra si arrocchi sull'esistente. Il progresso non si capisce bene chi lo avversi di più: i rivoluzionari guardano indietro con occhi pieni di nostalgia, un "governatore" di destra sponsorizza il Gay Pride.

Guardiamo più da vicino, dunque: folklore nazionale a parte, cosa distingue i comportamenti fondamentali - quelli che incidono fortemente sull'economia - dei contrapposti governi? Praticamente nulla: a un D'Alema che per varare le riforme si rivolge a Massimo D'Antona, succede un Berlusconi che si avvale di Marco Biagi. Acerrimi nemici, questi due studiosi? Per niente: colleghi dalle medesime vedute. Non è tempo di grandi scontri d'idee, qualunque tecnico comprende che per il bene di un paese, Inghilterra o Spagna, Svezia o Polonia, occorre fare alcuni aggiustamenti. Tanto simili erano, D'Antona e Biagi, che hanno fatto la stessa fine (gli eroi civili sono di destra o di sinistra? Questo è un argomento poco dibattuto, forse perché di eroi civili dalle nostre parti non ne nascono molti). Le mie sono considerazioni superficiali: probabilmente Biagi e D'Antona avranno avuto opinioni non coincidenti sulle gabbie salariali, gli incentivi e le detassazioni. Sfumature importanti. Non per me che, come quasi tutti i lettori, non sono in grado di apprezzarle. Nessuno è tenuto a conoscere i misteri dell'economia, men che meno uno scrittore. Gli umanisti non sono a loro agio con le alchimie di Mammona: non ci capiscono niente per vocazione. Eppure ritengono molto importante schierarsi. Meno capiscono di ciò che favorisce un'economia, di cosa manda avanti un paese, più sentono il dovere di stare dalla parte giusta.

La parte giusta, inutile dirlo, è la sinistra. A prescindere. L'ho trovato naturale anch'io, da sempre: gli imperativi sartriani, Contessa, il basco ribaldo del Che, l'Internazionale nella cover degli Area, Lukàcs, Porci con le ali, l'Immaginazione al potere. Nessuno con cui avessi minimamente a che fare poteva essere (con rispetto parlando) di destra. Ma da quando le carte si sono rimescolate, ho dovuto farmi spesso domande alla Signor G. E mi sono risposto che, accantonato l'avvento dell'Uomo Nuovo, ariano in purezza o proletario in barrique che fosse, svaporate le contrapposte nostalgie per corporazioni e piani quinquennali, la differenza tra destra e sinistra, ammesso che esista, è appunto un ricettario. Venti fasce IRPEF? No, tre. Zerovirgolacinque in meno sulle imposte dirette? No, zerotrenta sulle indirette. C'è da restaurare un lotto di dipinti del Lotto: prendiamo i soldi dal Lotto? No, dall'Ippica.

E io dovrei fondare la mia esistenza su questo? Spaccare il mondo in due con l'ascia dell'articolodiciotto? Lasciatemi fantozziare, signori: la saga dell'articolo diciotto è una boiata pazzesca. Ti risarcisco o ti reintegro? Tutto qui. Si era pronti alla guerra civile per evitare non una delle opzioni (ti risarcisco) bensì la possibilità (sperimentale) che un giudice decidesse di volta in volta per l'una o per l'altra. Non sia mai! Vade retro. Il Piave. Poi un compagno burlone tira fuori un referendum, dato che il "diritto inalienabile" da cui discende la dignità stessa dei lavoratori non è goduto dalla maggioranza degli stessi. E qualcuno decide di andarsene al mare. Forse non era poi così importante. Forse, se qualcuno se ne fosse andato a mare nelle stagioni precedenti, conteremmo due eroi in meno.

L'incredibile verità, la grande, perfetta, definitiva illuminazione, l'ovvietà più accuratamente taciuta, è questa: tutto ciò che riguarda l'economia è opinabile. E in democrazia la differenza tra destra e sinistra sta nel diverso dosaggio di uguali ingredienti economici (quelli imposti dalla situazione). Perché non potremmo allora, di volta in volta, nella tranquillità dell'urna (e solo allora) tirare a indovinare sul meno peggio tra i programmi? Cosa c'è da berciare al bar come milanisti di indiscutibile appartenenza, juventini di immarcescibile fedeltà? Perché ci tocca esibire ritualmente a ogni coffee break la nostra correttezza politica (che si traduce inesorabilmente in qualità morali e letterarie)?

In compagnia di letterati non puoi nemmeno sederti davanti a un bicchiere se prima non ti affliggi doverosamente per il degrado morale a cui ci ha condannato la destra, se non ti soffermi sui roghi che ci attendono qualora la nostra scalcagnata sinistra non rimetta i culi sulle poltrone, se non mostri almeno di accarezzare l'idea di un pensoso esilio transalpino. Non c'è bar, casa, fiera, libreria, chat o forum in cui sia opportuno obiettare. Chi obietta è, inevitabilmente, un venduto: essendo ogni uomo di cultura naturalmente di sinistra (come ogni selvaggio è rousseauianamente buono) uno scrittore che non si lamenta del regime a ogni scambio di saluti sta inevitabilmente tacitando la sua coscienza in cambio di denari. Così come, essendo ogni essere umano naturalmente meditativo, chi ama le D'Eusanio e le De Filippi è un poveraccio corrotto, deviato, plagiato (ma quello lo si compiange: il popolo bue, che volete, non sa mai cosa va bene per lui).

C'è qualcosa di sconvolgente negli sguardi (o nell'equivalente scritto) di chi non trova la sponda a una gomitata metaforica, non si vede restituire l'immancabile ammiccamento sul nano bugiardo e sul suo amico tonto, il ranchero. Se avessero a che fare con un industrialotto, un bocconiano, un fricchettone della new economy, beh, allora potrebbero compatire, sorridere, anche andare a farsi una pizza insieme. Ma uno che legge, uno che scrive, uno che ascolta le canzoni giuste e va pure pazzo per Moretti (nell'esercizio delle funzioni a lui proprie) uno così, se non fa i girotondi, deve avere qualcosa di marcio, e, a ripensarci, non è che scriva poi tanto bene, anzi, riflettendo meglio, ora si spiegano certi suoi toni, quelle strane opinioni: è chiaro che non vale nulla, è uno che si abbuffa di televisione, uno che cerca Beautiful anche a Filicudi.

Corriere del Mezzogiorno, 15 giugno 2003, con altro titolo

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