CNN e Radiotre

Bellissime. Altro che la tirchia oscurità nebbiosa dei bombardamenti su Bagdad. Ettari di cristallo riflettono il blu ad alta definizione e il cherosene si riveste degli stessi colori dei migliori film di genere. Queste immagini sono splendide anche al quarantesimo replay. La penetrazione del secondo aereo è uno spettacolo grandioso. Una lama nel burro. No, uno scalpello nel ghiaccio. Ci vuole un po' di tempo perché penetri anche l'orrore. Solo dopo incominci a capire, a percepire i particolari. Troppi particolari, troppo atroci e per troppo tempo. Gli agguati si infittiscono e frotte di TV locali che non hanno mai fatto informazione ora succhiano e rivomitano sienén a ogni momento del giorno, tutto gratis. Ma ormai hai assorbito tutta la sofferenza che puoi contenere, la capacità d'immedesimazione ti ha stremato. Non è necessario, ora, che osservi ogni scempio, registri ogni dettaglio. Sei saturo e insofferente. Cosa imparare da questa scuola dell'angoscia? Potresti scivolare dalla sofferenza alla voluttà della sofferenza.

Così cerchi rifugio nel grembo di paginoni e inserti culturali, nelle remote ed eburnee rubriche di radiotre. Ma proprio lì ti attende l'insidia più subdola: orientalisti risentiti ti rimproverano disattenzione e ignoranza. Ti accusano di confondere i popoli arabi con l'Islam. Ti rinfacciano mancate frequentazioni attribuendoti implicitamente non solo la cecità degli editori e delle istituzioni ma anche gli sviluppi terroristici.

Ti si fa carico di non apprezzare l'infinita sottigliezza di Sohrawardi e di Al-Hallaj. Di non aver mai supposto che il pensiero religioso sia stato, talvolta, più ardito e vertiginoso del nostro e che là esistessero poeti capaci di avvolgere l'universo in tappeti e corone di metafore, come Dante o Shakespeare. A te che setacci da mesi librerie e biblioteche nella vana ricerca di un qualsiasi testo di Antonio Pizzuto, additato da avveduti letterati come il massimo narratore del novecento italiano, viene intimato di dedicarti alle raccolte di Ibn Arabi o Al-Ghazali. Il presente lo impone.

Ma tempo fa ti è stato imposto anche, da dotti islamici illuminati dai falò, ciò che NON devi leggere sull'Islam. È con un certo disagio, perciò, che ascolti pregiati islamisti e letterati a largo raggio spiegarti perché infedeli non voglia dire precisamente infedeli e come Jihad indichi un concetto complesso che troppo semplicisticamente viene tradotto con guerra santa (e dal loro tono sembra che l'abbia tradotto tu).

L'indiscussa tolleranza dell'Islam, immancabile locuzione d'esordio, è ormai tormentone intollerabile. Vorresti afferrare l'islamista per i capelli e infilargli la testa nell'ossario della Cattedrale di Otranto, tenendocela fino a che non abiura questa sciocca credenza. Che la illustrino ai bergamaschi la proverbiale tolleranza islamica, provino a spiegare a loro contro quale minaccia siano state erette le torri costiere all'ombra delle quali hai passato ogni tua estate.

Quando scendono sotto Ancona, però, guardino bene la tua pelle, i tuoi baffi, ti guardino parlare e muoverti. E riflettano se sia il caso di spiegare a te cosa sia essere arabi. Lotti da decenni contro il levantino che è in te, contro la zavorra che fa del sud il Sud. E mentre ti sforzi, avendo rinunciato alla Verità, di praticare lealtà e chiarezza, non intendi sorbirti estesi elogi dell'astuzia, attributo divino insieme a Baran (sotterfugio) Kayd (stratagemma) Khad (inganno) e Makr (insidia).

Corriere del Mezzogiorno, 16 settembre 2001

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